Himalaya fai da te

Himalaya fai da te

Moto, fotografia, fuoristrada e voglia di nuovi cieli stellati sotto i quali condividere pensieri ed emozioni del viaggio.

Per Andrea e Luciana, attraversare l’Himalaya in moto era un sogno custodito nel cassetto da anni mentre per me e Fabio, è stata un’occasione quasi casuale ma assolutamente da non perdere.

Con Andrea ci siamo conosciuti durante un tour fuoristrada nel 2018 (di cui uscì anche un articolo proprio su Endurista Magazine dal titolo “dove osano le Aquile”) in Albania, grazie ad un’amicizia in comune, Alessio Alegiani di Offroad Albania Mandratours. Da quel viaggio è iniziata la condivisione di avventure enduristico gastronomiche in giro per l’Italia poi culminate in questa avventura.

Il progetto del viaggio prende vita quando Andrea ritrova in un cassetto delle vecchie cartine militari del nord dell’India, Himachal-Pradesh, in cui molti anni prima aveva marcato un itinerario a matita.

Questo ritrovamento è stato una sorta di segnale, una folata di vento che ha riacceso il fuoco di un sogno mai spento.

Andrea condivide questa idea con noi ed è proprio durante un’uscita di enduro che decidiamo finalmente di partire tutti insieme.

La situazione è un po’ surreale e magica allo stesso tempo, siamo nel bel mezzo di una valletta sperduta dell’Appennino ligure in sella alle nostre enduro e iniziamo a parlare e sognare di come attraversare l’Himalaya in moto.

L’idea è quella di percorrere una linea che si insinua nelle valli dello Spiti, la “terra di mezzo” tra India e Tibet, e la valle del Nubra situata oltre uno dei passi carrabili più alti del mondo.

Andare in Himalaya per me rappresenta la possibilità di fare un viaggio fantasticato e sognato più volte leggendo proprio articoli come questo.

La differenza questa volta è che tocca a me raccontare e condividere con altre persone lo spirito di avventura e di curiosità che stanno alla base di una esperienza di questo tipo.

La voglia di partire e la felicità si mescolano all’ansia e a qualche preoccupazione per le difficoltà che potrebbero presentarsi, soprattutto per quanto riguarda l’altitudine visto che arriveremo a 5300 metri.

Sarà una sfida ulteriore a livello fisico e mentale visto che sono in terapia anticoagulante…

Nel 2013, a causa di una malformazione cardiaca congenita, ho subito un intervento di sostituzione di una valvola e del primo tratto dell’aorta con una bella protesi meccanica.

L’intervento ha richiesto più di un anno di convalescenza e quasi due per tornare in sella ad una moto da enduro, la mia grande passione dal 2006.

La preparazione e la scelta degli strumenti per monitorare il mio stato di salute sono stati fondamentali: medicinali, misuratore INR, cardiofrequenzimetro, pulsossimetro.

Spero che queste parole e questo viaggio possano diventare anche una motivazione per altre persone affinché possano inseguire i propri sogni nonostante i limiti che, a volte, possono sembrare invalicabili. Anzi, a pensarci bene, sono proprio quei limiti che hanno reso ancora più gustosa questa avventura.

Il viaggio

Arriviamo in India il giorno dei festeggiamenti per l’Indipendenza e Delhi ci attende in una veste surreale: in giro non c’è nessuno e molte strade sono chiuse.

Sembra uno scenario apocalittico ma in realtà sono tutti a festeggiare nelle proprie case o nella piazza principale con tanto di parata militare. La nostra permanenza a Delhi sarà brevissima, giusto il tempo per una scorrazzata su uno dei caratteristici tuc-tuc poi un viaggio in treno di un paio d’ore per andare a recuperare le moto a Kalka dove ad attenderci c’è Yogesh, il nostro interprete e driver della macchina di supporto che sarà al nostro seguito.

Prese le moto raggiungiamo in giornata la vicina Shimla la “regina delle colline”, un tempo capitale estiva del Raj britannico, ex impero anglo-indiano.

Siamo nel cuore dell’Himachal Pradesh nel nord dell’India e ai piedi della catena montuosa dell’Himalaya.

Dopo diverse esperienze di viaggio in India, Andrea e Luciana hanno realizzato che non c’è modo migliore di entrare in contatto con la gente di questo paese se non in sella ad una lentissima, bellissima ma soprattutto inadeguata Royal Enfield Bullet 500. Da Shimla ci districhiamo nel traffico evitando qualche mucca, qualche roccia e qualche camionista contromano diretti verso zone meno abitate, strade più isolate e forse meno pericolose. Attraversiamo paesaggi incantati circondati da verdi montagne coltivate a meli e saliamo fino a raggiungere Kalpa, un piccolo villaggio a 3600 metri di altitudine, con un ghiacciaio che fa da sfondo al monastero buddista costruito nel punto più alto. Prima di continuare il viaggio abbiamo bisogno di vari permessi, che otteniamo solo il giorno seguente, necessari per superare i vari check point che ci aspettano. Ritorniamo in sella e scendiamo nel fondo valle costeggiando il fiume Pin che ha un colore marrone inquietante dovuto alle abbondanti piogge monsoniche dei giorni precedenti.

In una veloce pausa pranzo ci gustiamo anche i “samosa”, dei fagottini fritti ripieni di patate, verdura e spezie. Il cibo sarà sempre molto semplice oltre che estremamente speziato, realizzato a base di verdure, riso, qualche volta pollo o montone e accompagnato da vari tipi di pane.

La valle inizia a stringersi, le ripide pareti rocciose che costeggiano la stretta strada rendono il paesaggio suggestivo e unico oltre che molto pericoloso durante l’incrocio con mezzi di grandi dimensioni.

Pian piano il paesaggio cambia divenendo ora più arido e desertico. Troviamo finalmente il primo monastero della Spiti Valley, il Dhankar Gompa che si erge su un cucuzzolo mozzafiato e costituito da una costruzione antica, una più recente e tutto intorno il villaggio. Decidiamo di visitare l’interno.

È un susseguirsi di spazi ricchi di arte storia e spiritualità abitato da diversi monaci buddisti agghindati nella loro veste tipica color porpora e che vivono la loro quotidianità in un luogo denso di energia.

Di nuovo in viaggio, continuiamo a salire e raggiungiamo per la prima volta i 4000 metri ed è emozionante. Ci troviamo al confine con la Cina e la valle ci lascia tutti a bocca aperta per la bellezza che è di fronte ai nostri occhi.

È strano pensare che in questi posti la gente possa viverci: l’aria è rarefatta, la possibilità di coltivazioni ridotta a causa dell’altitudine e dalle pareti di roccia ripidissime. Non oso immaginare come possa essere vivere quassù durante l’inverno.

Giungiamo finalmente a Losar, dove siamo ospitati da una famiglia locale che ci riserva un’accoglienza calorosissima.

Mentre Dorji, il padrone di casa, ci prepara il “chapati”, una specie di piadina, ci racconta di come trascorrono la stagione invernale nel suo villaggio. Le temperature rigide non permettono di lavorare nei campi e quindi tutti si ritrovano a turno nelle diverse case per condividere i pasti e il calore di una stanza scaldata da una piccola stufa a legna, la legna viene fornita direttamente dal governo anche perché non ci sono alberi nel raggio di diversi chilometri.

Gustiamo una deliziosa cena nel loro soggiorno e trascorriamo la serata in loro compagnia intonando su richiesta anche la famosa canzone di Celentano “Azzurro” che riscuote un discreto successo.

Siamo a 4600 metri e l’altitudine si fa sentire con un po’ di insonnia, qualche mal di testa e innumerevoli gite notturne in bagno.

Il giorno dopo ci aspetta il Kunzum pass, 220 km di fuoristrada con tratti totalmente allagati e, giusto per complicare un po’ la situazione, piove.

Nove ore di viaggio per raggiungere i 4551 m del passo e poi ridiscendere verso Jispa.

Una durissima prova, soprattutto per Andrea e Luciana che viaggiano in coppia.

Il viaggio prosegue tra frane, strade dissestate, qualche deviazione fuoristrada e percorrendo i passi carrabili tra i più alti al mondo, Baralacha La 4850 m, Nakeela La 4976 m, Tanglang La 5390 m. Passiamo una notte ancora in altitudine al lago Tso Kar che raggiungiamo solo in tarda serata, ancora a 4600m e stavolta in un campo tendato dove la temperatura scende e si avvicina agli 0 gradi ma la stellata che ci regala è spettacolare.

Il giorno successivo proseguiamo per Leh attraversando una valle di un viola straordinario che ci ha stregato, quel ricordo rimarrà solo nelle nostre menti e non nella memoria delle nostre macchine fotografiche.

Leh è una bella cittadina dove spendere un paio di giorni, rilassarsi e comprare qualche souvenir. Il paesaggio è sempre spettacolare, tra il monastero che domina la città e le vette innevate a fare da cornice.

È ora del cambio moto e di provare le Himalayan 411 diretti verso la Nubra valley.

Il cambio è stato necessario perché è possibile accedere alla valle solo con moto noleggiate a Leh, strano ma vero. Saliamo per il trafficato Kardung La, 5359 metri di altitudine, e dopo qualche foto di rito raggiungiamo la Nubra valley dove visitiamo il più grande e antico monastero della valle, Diskit Gompa, con il suo monumentale Buddha alto 36 metri.

Ci ritroviamo in un ambiente spettacolare e suggestivo, con dune di sabbia grigia, cavalli selvatici, montagne imponenti e il grande fiume che attraversa la valle. Rientriamo a Leh per dirigerci verso un altro passo altissimo e decisamente più bello oltre che poco trafficato: Il Wari La 5312 m.

Nei giorni seguenti proseguiamo per Lamayuru dove visitiamo un altro monastero e godiamo del magnifico paesaggio al tramonto tra giovanissimi monaci e famiglie in preghiera.

Un altro monastero che merita la visita è sicuramente quello situato ad Alchi, uno dei più vecchi e complessi. Purtroppo è impossibile fare fotografie all’interno ma ogni intarsio nel legno, ogni affresco e ogni statua trasmettono un’energia molto suggestiva.

Ripartiamo per tornare a Leh e una delle moto decide di darci qualche problema, ma per fortuna riusciamo a sistemare al volo escludendo il sistema di tubi che fanno entrare aria nel serbatoio.

La stanchezza comincia a farsi sentire, l’altitudine un po’ meno visto che ormai sono parecchi giorni che siamo sul tetto del mondo.

Un ultimo sforzo, ben ripagato, è il viaggio verso il lago Tso Moriri, dove ci aspetta un altro campo tendato e un paesaggio ricco di colori.

Siamo di nuovo in sella alle Bullet e il tracciato è piuttosto impegnativo con lunghi tratti non asfaltati, qualche guado e qualche taglio non proprio ideale per il tipo di moto ma da enduristi risulta piuttosto divertente.

Un ultimo campo tendato a Sarchu e infine il rientro verso Dharamsala sotto una pioggia monsonica imperterrita.

Questa india e in particolare l’Himalaya, ci hanno regalato paesaggi e colori inaspettati in grado di stupirci per chilometri e chilometri: Il viola della valle dell’Indo, i canyon gialli e rossi in direzione del lago Tso Kar, il verde acceso intorno a Kalpa o semplicemente il blu denso del cielo.

Se chiudo gli occhi posso ancora sentire l’aria frizzante alla fine di uno dei tanti passi che abbiamo superato e il profumo dei pini e dei boschi, della menta e delle spezie.

Per il resto parlano le nostre foto che, speriamo, possano trasmettere un po’ dell’emozione che ci portiamo dentro.

Buon viaggio!

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