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Experience

Tunisia Bootcamp

Tunisia Bootcamp

Una delle testimonianze più belle di questa esperienza in Tunisia appena conclusa sono state le parole di Chiara: “se qualche anno fa mi avessero detto che un giorno sarei andata una settimana in moto nel deserto, avrei scommesso tutto ciò che ho che non sarebbe accaduto.
Non perché non volessi andarci, ma perché non credevo che ne sarei stata capace. Invece, eccomi qua”.
C’è una frase sul deserto che Giampietro Dal Ben mi disse tempo fa e che mi porto dentro “qui c’è il deserto, laggiù c’è solo la sabbia”.
L’idea di un WMBootcamp in Tunisia è sbocciato come un fiore dal deserto quotidiano, costellato di brutte notizie sulla guerra e proiezioni economiche disastrose.
Quel fiore l’ho immaginato come il segnale giusto per provare a portare un team tutto al femminile nel bel mezzo del deserto tunisino.


Una settimana di moto e dune, una full immersion come cura ideale per combattere la frenesia del “deserto quotidiano”.
Sei mesi dopo, ecco un team tutto al femminile in partenza da Malpensa in direzione Tunisi, pronte a vivere una vera avventura.
Nessuna ragazza del team è mai stata nel deserto, e tre di loro, scoprirò poi, non avevano neppure mai messo le ruote in fuoristrada.
Ancor prima di salire in moto, l’emozione per l’ignoto ci ha tolto il sonno ma non la voglia di partire. Neanche il tempo di capire come vanno queste Beta che il primo giorno, dopo qualche zig-zag in città entriamo in una specie di steppa tunisina con delle piccole dune alte mezzo metro.

“Riconnettersi con il mondo reale, staccando la spina perdendo la connessione, mi è sembrato il modo ideale per ritrovare noi stesse”.


Come le pedine di un domino una alla volta cominciano a cadere a terra. Io sono a metà gruppo con la mia 450 rally kit e cerco di dare qualche dritta alle ragazze che mi seguono.
Il vento porta via i rumori ma le vibrazioni del deserto mi dicono che Pierpaolo (mio marito) mi sta maledicendo aiutando Ilaria a tirare fuori la sua Honda 300 dalla sabbia.

Se alle prime dunette siamo messe così, penso che sarà una settimana molto lunga.
Salvatore, volpe del deserto e nostro apripista, ha un passo ideale.
Veloce nei tratti piatti e facili, e lento e attento nei sentieri sabbiosi.
Stiamo guidando tranquilli e anche grazie ad un percorso graduale, vedo che chilometro dopo chilometro le ragazze acquistano sicurezza e velocità.
I primi 105 km volano via veloci, l’entusiasmo è contagioso e i volti sotto al casco ricominciano a sorridere. è così quasi per tutte ad eccezione di Anna, lei ha deciso di tentare la sorte venendo in Tunisia con una Honda XL 125 del 1983.
Anna è orgogliosa della sua “motoretta” e dei lavori di preparazione che ci ha fatto con il suo compagno meccanico.
Quando però alle prime cadute sulla sabbia rompe una leva e sfasa il minimo del motore inizia a preoccuparsi e a chiedersi davvero se non abbia fatto un grosso sbaglio a puntare tutto sul vintage. Non so se siano le trecce bionde, la sua ostinazione o un marcato accento bergamasco, ma Anna sta simpatica a tutte e anche se ci sono 30 gradi ed il pranzo pronto, tutto il gruppo è in religioso silenzio mentre sistemiamo la sua moto.
Il pranzo del primo giorno è uno shock per chi non è abituato all’Africa.
Con termini mondani si direbbe un “reality check”.
Enrica ci prepara il pranzo in una casa abbandonata accanto ad una strada. In pochi minuti ha montato un tavolo, delle panche ed allestito un banchetto perfettamente bilanciato di carboidrati e proteine nel bel mezzo del deserto.
Il mio navigatore gps segna altri 108 km all’arrivo, per un totale di 220 km.
Sorrido sotto il casco e mi preparo al momento della giornata più pericoloso di tutti, almeno per mia esperienza, il post pranzo.
Un pò la luce del deserto delle ore più calde, un pò la rilassatezza del momento, il dopo pranzo è quel momento in cui anche il più piccolo canale o pietra, possono essere un ostico nemico.

Invece contro ogni pronostico, arriviamo tutte sane e salve all’oasi di Khsar Ghilaine.
Il nome Ksar è una parola araba che significa “castello” data la presenza di un forte di epoca romana. L’oasi era un posto di frontiera sulla parte occidentale del limes tripolitanus, cioè il limes meridionale, o confine dell’impero romano che, in Tunisia, segue il confine del deserto del Sahara.
I coloni francesi la trivellarono per cercare il petrolio, e invece trovarono l’acqua.
Fu l’inizio di una nuova vita per Khsar Ghilaine, e anche per le nostre pilotesse, che sfinite vanno dritte ad immergersi nell’oasi termale.
La notte passa tranquilla, tutte dormono come sassi cullate dal silenzio e dalla prima notte sotto le stelle. Alle 10 di sera quasi tutte le luci si spengono e per la prima volta riscopriamo il piacere di ritrovarci a parlare attorno ad un tavolo.
La mattina del giorno seguente è stato indetto da Enrica il cosiddetto Master Dune, ovvero una mezza giornata dedicata solo alle dune.
Usciamo di qualche centinaio di metri dall’oasi e questo ci basta per essere circondate da dune di tre metri, l’altezza ideale per capire come affrontarle. è mattino presto, la sabbia è ancora compatta e mentre Salvatore ci mostra come affrontare le dune, vedo tutte le ragazze tirare un sospiro di sollievo. “Sembra facile”, sussurro per provocare in loro una reazione.
Ma quella nei loro occhi non è più paura, c’è determinazione. Sono tutte molto attente alla spiegazione di Enrica le cui parole risuonano in tutto il deserto.
Nulla è sfuggito, soprattutto la regola n.1 delle dune: fermarsi sempre sulla cima.
Ci mettiamo in fila e ad una ad una proviamo a fare un cerchio nelle dunette circostanti.

I primi approcci sono complicati.
Sembra ci sia un cecchino che colpisce le ragazze sopra ogni duna. Una volta arrivate in alto, si incasinano finendo tutte gambe all’aria.
Dopo le dune proseguiamo per vedere il fortino romano e mentre lo stiamo visitando un gruppetto di italiani con delle bicilindriche ci supera affrontando la salita a tutto gas.
Sono tante le targhe italiane che vedremo in questi giorni in Tunisia, ci si saluta da lontano senza dirsi molto, ma avendo capito tutto.
Dopo qualche ora di training le dunette non fanno più paura, ma ora è troppo caldo per proseguire per cui torniamo all’oasi e ci rilassiamo nuovamente nell’acqua termale.
Io per pigrizia resto vestita e dal bar mi godo da lontano i loro schiamazzi.


è solo il secondo giorno eppure guarda come sono già cambiate, stamattina hanno affrontato le dune con un coraggio incredibile, aiutandosi a vicenda ed uscendo dall’erg da eroine.
Dopo pranzo si riparte, direzione accampamento lungo un fiume in secca.
è un OUED come tanti, ma i nostri amici berberi ci hanno allestito un campo da mille e una notte.
Giusto il tempo di montare le tende e gonfiare i materassini che il sole scompare.
Una coperta di stelle avvolge il deserto, i beduini suonano i tamburi attorno al fuoco e cantano storie millenarie in arabo.
Noi, sedute in cerchio, restiamo stregate dallo spettacolo.


La cena è pronta in tavola, ma prima i beduini vogliono mostrarci come si cucina il pane nel deserto. Prendono le braci del fuoco e una volta creato un letto rovente, ci mettono sopra il pane. Poi lo ricoprono di sabbia che pochi istanti dopo prende la consistenza dell’acqua sciogliendosi.
Il nostro pane cuoce timido fino a diventare una super focaccia che poi viene spazzolata con un canovaccio.
Per giorni ad occuparsi della cucina saranno solo gli uomini, colazione pranzo e cena. Queste abilità di accoglienza e di indipendenza berbera mi colpiscono a tal punto da dubitare che siano davvero loro a fare tutto.

Michelin e freni Braktec, trasmettono comfort e controllo con una potenza omogenea e sfruttabile garantita dal sistema ad iniezione elettronica. Le moderne grafiche creano un look distintivo per questa moto straordinaria.

Foto: Giacomo Lucchese – Testo: Domitilla Quadrelli

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