VIAGGIO IN INDIA

VIAGGIO IN INDIA

DOPO AVER PERCORSO LE STRADE DEL KERALA E DEL KARNATAKA PER CIRCA UN MESE, HO ACQUISTATO FIDUCIA E MI SENTO PIÙ PREPARATO AD AFFRONTARE UN’ALTRA REGIONE, QUELLA DEL GOA.

Il tarlo dell’India rosicchiava nella mia testa da parecchio tempo.
 Nel 2014 feci il viaggio degli Imperi e, dopo aver attraversato Roma, Atene, Istanbul e Persepoli (Iran), decisi di concludere il mio viaggio ad Agra al cospetto del Taj Mahal.

Alcune problematiche tra Iran e Pakistan però, fecero tramontare questo mio desiderio e dovetti a mio malgrado deviare il viaggio verso la penisola Arabica, traghettando attraverso il Golfo Persico.

Dopo il periodo del Covid e dei vari Lockdown, mi resi conto che era ormai da tre anni che non facevo un viaggio. 

Era giunto il tempo di ripartire.

Non mi sono fatto troppe domande sulle possibili destinazioni, avevo già in testa il mio obiettivo, l’India.

Dopo attente valutazioni mi rendo conto che il modo migliore per intraprendere un viaggio in India in sella ad una motocicletta, è quella di affittarne una in loco.
Opto per una Royal Enfield ovviamente, e dopo una rapida ricerca su internet il mio viaggio comincia a prendere forma.
La partenza è a novembre, ne approfitto per fare un bel giro ad EICMA con gli amici di Endurista Magazine e a fine fiera, mentre il resto del team torna a casa, io prendo il volo da Malpensa per Trivandrum.
L’arrivo a Trivandrum è terrificante, simile ad un pugno nella bocca dello stomaco.


Sono piegato per la stanchezza dal viaggio e mi sento schiacciato dalla marea di mezzi meccanici e persone che si muovono in ogni direzione.
Non so dove girarmi, tutti mi chiamano, cercano di attirare la mia attenzione e vogliono portarmi da qualche parte. Parlano tutti mentre io non capisco nessuno. Cerco di concentrarmi e di prefissarmi come primo obiettivo quello di raggiungere il Boban Hotel. Il GPS mi indica che sono a soli 400 metri di distanza. Attraverso la strada rischiando più volte di essere travolto e mi inoltro nel buio dei vicoli. Pochi metri oltre l’area della stazione ferroviaria tutto è deserto, non c’è nessuno. Solo cani randagi e immondizia.
Arrivo all’hotel verso le 6:00.
Probabilmente hanno appena aperto e alla reception chiedo una stanza singola.
Dormo per oltre venti ore con solo qualche pausa per bere e andare in bagno. Quando mi sveglio sono riposato e pronto per partire.
Ora il mio umore è decisamente migliorato.

Ho fame! Prima di tutto ci vuole una buona colazione.
Al Boban Hotel mi servono alcuni piatti tipici come il puttu, una farina di riso e cocco cotta a vapore, gli idli, spugnosi e rotondi pancake di riso fermentato e dosa al chutney di cocco.
Mangio quasi per due! Prendo un tuk tuk (tipico mezzo di trasporto a tre ruote, una specie di Ape Piaggio adibita al trasporto di persone) e vado al più vicino noleggio, il Metal Leopard.
Al mio arrivo è ancora chiuso, così inganno il tempo andando a tagliarmi i capelli.
Il Metal Leopard ha 4 Royal Enfield Classic a disposizione e il titolare decide di darmi quella con i colori più belli, ma anche la più scassata. Il prezzo è di 1200 rupie al giorno ed ecco che parte la messinscena. Inizio a trovare difetti alla moto (mi viene facile visto che è in condizioni penose): la catena è lenta, la frizione balla e non va l’accensione, avviandosi solo a pedale.
Dopo una contrattazione all’ultimo sangue, riesco a strappare un prezzo di 900 rupie al giorno per 14 giorni, tutti anticipati.
Fotocopia dei documenti e chiavi in mano. Esco un po’ perplesso dalla semplicità della pratica in quanto non mi hanno nemmeno controllato la patente di guida.
Faccio il pieno di carburante (la benzina costa poco più di 1€ al litro) e recupero la mia borsa in Hotel. Che il viaggio abbia inizio!
Scelgo le mie tappe sfogliando la mia guida che mi suggerisce le cose da non perdere. Cattura la mia attenzione la “passeggiata tra le meraviglie di Kovalam”.
Il mio viaggio inizia con una veloce trasferta di 25 km verso questa prima meta.

Devo rimanere concentrato su un mantra:
“keep the left”.

Me lo ripeto di continuo nella testa mentre schivo buche, polli, bancarelle di banane e centinaia di tuktuk impazziti che mi tagliano la strada. A tratti penso sia impossibile abituarsi a guidare in India. Riesco in questa prima impresa e in quasi un’ora arrivo a Kovalam.


È una spiaggia affascinante e dorata, un piccolo villaggio di pescatori con le case affacciate sulla spiaggia. Inizialmente mi lascia a bocca aperta ma poi l’aspetto prettamente turistico la rende banale come una bella foto alla quale dedicare pochi minuti. Dopo due giorni di relax mi sento abbastanza sicuro per affrontare le montagne di questa regione del sud-ovest dell’India.
Si parte verso i Ghati Occidentali in direzione Munnar. Dopo tre ore di viaggio la strada inizia ad avere una conformazione collinare con diversi tornanti.
Nel pomeriggio mentre salgo di quota, le temperature cominciano a scendere.
Arrivo a Munnar nel tardo pomeriggio di una bella giornata. Sono a 1524 m, sto bene e non sono neanche particolarmente stanco.
Munnar è bellissima, circondata da panoramiche infinite di cespugli di tè che, per la loro disposizione ricordano la superficie di un cervello umano.
Mi rendo conto però che una foresta di eucalipti è stata demolita in favore delle coltivazioni. Rattrista molto vedere come anche in luoghi come questi, il business ha sostituito la natura. Ormai si sta facendo sera e vado dritto in hotel. Vengo svegliato alle 5:00 dalla prima preghiera che proviene dal minareto della moschea. Provo a restare a letto ma i canti ripetitivi e amplificati dagli altoparlanti mi impediscono di riprendere sonno. Alle 7:30 partono i tamburi del tempio induista per poi passare alle 8:00, alle campane della chiesa cattolica. A quel punto mi arrendo e scendo per la colazione. Guardando la vallata mi rendo conto che Munnar è un piccolo paesino di montagna ma con la popolazione di una città di provincia italiana. Mi stupisce osservare come in un’area così ristretta, si trovino una moschea musulmana, un tempio induista, una chiesa ortodossa e una chiesa cattolica con un gigantesco Cristo che sovrasta la vallata. Mi chiedo come possano realtà religiose così differenti, convivere a poche centinaia di metri l’una dall’altra.
Riparto di buon mattino in direzione Cochin.
Una volta lasciata alle spalle la catena montuosa, la strada è decisamente la più bella di quelle percorse finora. Se si ha l’accortezza di partire presto non si trova molto traffico. Lungo la strada mi fermo ad ammirare due stupende cascate. Arrivo a Cochin, città cattolica caratterizzata da uno stile prettamente portoghese verso l’ora di pranzo.
Cochin è una città di mare multietnica, vanta la più elevata mescolanza di culture che si può trovare in India. Su di essa dominano le due chiese di Vasco de Gama e Santa Cruz. Il mare è molto sporco ed è quasi impossibile fare il bagno. Una bella passeggiata in centro lungo il quartiere ebraico mi permette di fare un po’ di shopping e passare una giornata tranquilla.

Vado a dormire in un’accogliente guest-house che sfrutto come base per piccoli spostamenti nelle città limitrofe.
In due giorni di permanenza visito Thrissur e il Punnathur Kotta o Tempio degli elefanti, chiamato così perché ci vivono 60 elefanti. Il tempio è dedicato a loro e vengono quotidianamente curati, lavati e nutriti.
Riparto verso Sud per chiudere il mio anello tornando a Trivandrum ma prima voglio fare la strada costiera e mi fermo per una passeggiata tra le meraviglie di Varkala, una scogliera a picco sul mare, incorniciata da una spiaggia dorata.
Riprendo la strada litoranea e dopo aver attraversato un caratteristico villaggio di pescatori, arrivo di nuovo nella caotica Trivandrum.
Faccio il turista per alcuni giorni visitando musei e parchi e alla fine, torno alla Metal Leopard per restituire la moto.

Riconsegno la moto in condizioni ancora più penose di quando l’ho ritirata. Francamente sono stupito che sia riuscita a portarmi a destinazione. La catena era così lenta che quasi toccava a terra, la corona aveva l’aspetto di un’arma medievale tanto i suoi denti erano affilati.
Prendo fiato e torno in stazione dove mi aspetta il treno che da Trivandrum mi porterà a Gokarna. I treni sono a gasolio e non ci sono sedili ma panche sui lati. Sopra le panche si trovano mensole dove mettere i bagagli ma in cui la gente ci si arrampica come fossero altre sedute. Sui corridoi ci sono decine di ventilatori e ci si trova a viaggiare come fossimo nel ventre di un piccolo sottomarino affollato.
Si viaggia a porte aperte e non è raro trovare gente seduta con i piedi a sbalzo a pochi centimetri dalle rotaie. Non ci sono vetri e lo sferragliare delle ruote sui binari, si insidia nel cervello come un martello pneumatico.
Dopo quasi dieci ore di viaggio scendo alla stazione di Gokarna e subito si notano le differenze dalla stazione di partenza. Non c’è nessuno, solo immondizia.

La prima cosa da fare è quella di cercare una motocicletta, questa volta punto a qualcosa di più fuoristradistico in quanto la tratta verso Hampi mi riserverà tratti impegnativi con molto sterrato.
Vado nella parte più turistica della città dove trovo un meccanico che mi consegna una Himalayan, anche questa in pessime condizioni. Per loro è perfetta!
Controllo subito gli pneumatici e il motore, mi faccio cambiare l’olio e registrare la catena. Le sospensioni sono andate con i paraoli che perdono.
Inizia la battaglia del prezzo e da 1500, la spunto per 1200 rupie al giorno.
Con la solita e disarmante semplicità burocratica, esco con la moto e vado a cercarmi una sistemazione per la notte.
Passo un paio di giorni a rilassarmi nella splendida spiaggia di Om Beach, detta così perché con le sue insenature sembra disegnare la forma dell’OM.
È una lunga distesa di sabbia, intervallata da piccole baie ad arco all’ombra di palmeti.
Dopo tanto relax è ora di ripartire. Alle prime luci del giorno parto per Bijapur.


Il viaggio si presenta subito molto impegnativo. Attraversare i villaggi schivando mandrie di bovini che passeggiano o riposano in mezzo alla strada e centinaia di tuk tuk che si muovono nel traffico impazziti.
I locali alla guida di scooter propongono sfide all’ultimo sangue tra auto, camion e forse i mezzi più pericolosi per un motociclista, gli autobus.
Sulla strada incontro di tutto, camion sovraccarichi fino all’inverosimile, moto con sopra di tutto, carri trainati da buoi che trasportano canne o ramaglie.
Tutti i mezzi sfidano le leggi della fisica con carichi altissimi e debordanti su ogni lato. Arrivo a Bijapur dopo aver percorso circa 340 km in dieci ore!
Bijapur è come un museo all’aperto, città che risale a circa sei secoli fa, periodo islamico del deccan. La città è ricca di Moschee, mausolei e fortificazioni. Nonostante il forte carattere islamico questo luogo è il centro dello Shivaismo lingayat, una religione che riconosce Shiva come unica divinità.
Qui visito due importanti monumenti, il Gol Gumbaz, una mastodontica struttura che si erge su quattro torri ottagonali di sette piani e sormontate da un’imponente cupola di 38 metri di diametro e l’Ibrahim Rouza, uno dei monumenti islamici più eleganti ed armoniosi di tutta l’India.
Quello che mi impressiona però è il mercato centrale, un’autentica esplosione di colori e profumi dove brulica una folla pittoresca di venditori e clienti musulmani e indù. Qui dei turisti nemmeno l’ombra!
Trovo una sistemazione per la notte e riparto al mattino in direzione Hampi.
Il ritmo di viaggio è sempre lo stesso e copro una distanza di 200 km in più di sei ore.
Il panorama è caratterizzato da giganteschi blocchi di granito in equilibrio apparentemente precario.
Le suggestive sfumature di ruggine delle rocce, contrastano con lo sfondo verde dei palmeti, delle risaie e delle piantagioni di banane. Trovo una sistemazione in pieno centro dell’Hampi bazar e, parlando con alcuni residenti, organizzo l’itinerario del giorno seguente. Il programma è semplice quanto eccitante: visitare le rovine in moto. Seguendo in moto alcuni “piloti” locali, mi trovo a percorrere sentieri pedonali e a fare del vero “hard enduro” con la mia Himalayan che, per via dello stato degli ammortizzatori, non mi fa perdere neanche una buca! Per visitare tutti i monumenti servirebbero mesi ma io, in sella alla moto e con la mia compagnia di piloti locali, completo l’impresa in soli tre giorni. 


Alla fine sono stanco ed esaltato. È un luogo magico che con i suoi tramonti, i paesaggi e il grande patrimonio storico e culturale che racchiude, dona un’energia indescrivibile. Hampi-Bangalore è la tratta più faticosa del mio viaggio. Viaggio veloce in autostrada arrivando a toccare persino i 90 km/h. Devo stare concentrato su ogni possibile ostacolo che si può presentare in qualsiasi momento. Escludendo il fatto che si sorpassa da qualunque lato e a qualsiasi velocità, sono pericolosi i mezzi contromano, i camion stracarichi di materiali, le mucche che vagano liberamente lungo le corsie e i pedoni che attraversano senza curarsi troppo di essere investiti.
Arrivo nella cosmopolita Bangalore, principale metropoli del profondo Sud indiano. Nonostante sia a quasi 1000 mt di altitudine, c’è un clima piacevole e mi ritrovo immerso in un interessante panorama urbano ricco di ristoranti e negozi di alto livello. Il traffico sembra aver superato la capacità stessa della città di sostenerlo. L’inquinamento è altissimo e lo si percepisce ad ogni respiro.
Qui tutti parlano inglese e gli abiti tradizionali sono sostituiti da un abbigliamento in stile più occidentale.
La ristorazione è ad un livello decisamente superiore e riesce a tenere il passo con la richiesta di standard sempre più elevati da parte di una clientela sia locale che straniera, affamata e facoltosa. Mi immergo in Arrar Street, detta “Food St”, un tratto di strada costellato di una miriade di bancarelle e ristoranti. Si anima sulle 17 quando aprono i locali. Passeggiando resto incantato nell’osservare la preparazione di roti impastati a mano e fatti abilmente saltare in aria o di bhaji fritti in pentoloni di olio bollente. Non mi soffermo molto nella capitale, il giorno seguente scappo alle prime ore del mattino. Ho Mysore a circa 80 km di distanza e prevedo di arrivarci prima di pranzo.
L’antica città con i suoi sei secoli di storia è uno dei più affascinanti e sfarzosi luoghi che incontro in questo viaggio, patria dello yoga e della terapia ayurvedica, esportata in tutto il mondo.
Mi sposto in un quartiere chiamato Gokulam, famoso centro dello Yoga Ashtanga dove ogni anno, convergono migliaia di studenti da tutto il mondo.
Qui trovo un ostello a buon prezzo, frequentato da un’ingente rappresentanza di popolazione femminile occidentale che, stremata dalla meditazione, cerca compagnia più dei piccioni in piazza.
Nel centro di Mysore si trova un enorme palazzo reale in stile indo-saraceno con un caleidoscopio di vetrate policrome, specchi e colori sgargianti.
Verso sera, nel fine settimana, il palazzo viene illuminato all’esterno da 100.000 lampadine.
Anche qui si trova un mercato molto bello, colorato e profumato, il Devaraja Market.
Mi fermo a Mysore per cinque giorni ma poi, un po’ a malincuore devo ripartire per tornare a Gokarna.
Mi aspetta la NH69, una strada storica che, tagliando in diagonale la regione del Karnataka, collega l’entroterra al mare. È la tratta più lunga e arrivo dopo uno stremante giorno di viaggio, alle Jog falls al tramonto, le cascate più alte dell’India, 293 m.
Per via della diga che limita il flusso dell’acqua, prendono vita solo nella stagione dei monsoni e l’infrangersi dell’acqua contro le rocce lungo il salto, mescolato ai riflessi giallo-rossi del tramonto, colora l’aria in modo suggestivo.
Mi intrattengo ad osservare questo spettacolo fino allo spegnersi delle ultime ore del giorno e mi trovo nel buio più totale a cercare un posto per dormire.
Il mattino seguente imbocco l’ultima tratta della NH69, una strada di montagna molto divertente e ricca di tornanti che mi porta sulla litoranea in direzione Nord.
Arrivo dal meccanico a Gokarna con la moto in pessime condizioni.
Nonostante le difficoltà della strada però, questa regione mi rimarrà nel cuore per i suoi siti storici come Hampi, patrimonio dell’Unesco e per le città eleganti come Mysore o Bangalore, dove regna il caos più totale.


Parte 2

Mi sono abituato al caos lungo le strade che non genera più in me l’effetto di panico di trenta giorni fa.
Ora la curiosità di vedere cosa mi riserva Goa, il più piccolo Stato federato dell’India in termini di superficie ha preso il sopravvento.
Prendo l’autobus a Gokarna, solo 50 km mi separano dal confine e ne serviranno altri 20 per arrivare alla prima città, Palolem. L’autobus è un involucro di metallo vuoto e senza vetri, che nella forma ricorda molto un pane in cassetta. Estremamente minimale non ha i sedili ma panche composte da lastre di laminato rivettate a tubolari in ferro arrugginito.
La carrozzeria è chiaramente marcia e sembra reggersi grazie agli innumerevoli strati di vernice di diversi colori.
L’odore all’interno è nauseabondo, puzza di sudore, cibo, feci, pelle e capelli bagnati.
Dopo un po’ non distinguo nemmeno più quello che sento! Per mia fortuna il viaggio è breve e cerco di distrarmi osservando il paesaggio mentre l’autista pesta sull’acceleratore.
Appena passato il confine capisco che Goa è diverso da quello che ho visto finora, i 500 anni di dominio portoghese hanno cambiato radicalmente gli equilibri di questa parte dell’India. Le regole sulla strada per esempio sono molto più chiare e stringenti.
Direi che già il fatto che ci siano è una novità ma, da cittadino europeo, capisco che sono anche ben fatte. Non solo la segnaletica orizzontale e verticale è ordinata e precisa, ma ci sono anche pattuglie della polizia con i telelaser e il fondo stradale è nuovo.
Mi ero appena abituato al caos indiano e ora mi ritrovo di nuovo in Europa… o quasi.


Arrivo a Palolem e mi metto alla ricerca di una moto da noleggiare. Il primo problema è che non è facile come negli altri stati in quanto una regola ferrea inserita di recente, impone ai turisti di circolare con mezzi (sia moto che auto) dotati di una targa gialla che li distingue dalla popolazione locale. Trovo un noleggio moto a poche decine di metri dalla spiaggia con una Royal Enfield Classic nera disponibile. Qui le formalità sono tutta un’altra cosa, mi controllano la patente internazionale e firmo la presa in carico del mezzo.

Anche lo stato della moto è decisamente diverso, è in perfette condizioni, manutentata e persino lavata. Sembra nuova! Il parallelismo con le due moto precedenti è disarmante!
Funziona tutto e anche le gomme sono perfette. Ormai è quasi sera e finalmente con la moto mi sposto a Patnem Beach in quanto Palolem mi sembra una realtà troppo turistica.
Trovo una Guest House semplice ma elegante con uno staff molto impegnato sullo Yoga e sulla medicina Ayurvedica. La mia voglia di vivere Goa e di esplorare il territorio, mi porta a rigenerarmi in un bel bagno al mare e a fare un giro in moto per vedere le scogliere, le cascate e ogni altra meraviglia mi si presenti davanti.
Continuo a girovagare tra Palolem e Patnem per alcuni giorni, spingendomi fino a Ponda, una cittadina apparentemente anonima in collina ma ricca di templi indù di nuova costruzione e piantagioni di spezie. Pur dando l’impressione di essere luoghi estremamente naturalistici, presto la loro natura commerciale e turistica viene svelata.
Dopo una settimana tra le spiagge di Anaconda, Cola Beach e la Splendida Cabo da Rama, la mia sete di esplorazione mi obbliga a ripartire verso Nord. Le strade sono perfette, ne scelgo una nell’entroterra che punta dritto verso la capitale Panaji. Il viaggio prende forma lungo la strada e decido di fermarmi un paio di giorni tra la capitale e Old Goa. Arrivo a Old Goa di domenica, è come un unico intero luogo di culto cattolico.
Capita spesso di imbattermi in messe recitate in konkani (la lingua locale) sotto enormi tendoni.
La voce amplificata del prete di turno rimbomba sotto queste strutture gremite di gente.


La religione cattolica è molto sentita, figlia della cultura portoghese contrasta con i costumi della gente del posto. Gli uomini sono in gran parte vestiti all’occidentale ma quasi tutte le donne portano ancora gli abiti tipici della cultura indiana.
Su tutti i luoghi di culto spiccano due chiese: la basilica Bon Jesus, una struttura imponente in pietra rossa all’interno della quale vi sono i resti di San Francesco Severino, il santo patrono di Goa e la chiesa di San Francesco d’Assisi.
Dopo numerose passeggiate mi rendo conto che a Old Goa non avrei visto altro che luoghi di culto, messe e Chiese.
Decido quindi di spostarmi nella capitale Panaji, a circa 20 km di distanza.
Arrivo nella capitale verso mezzogiorno e cerco subito un posto per mangiare. Mi fermo in un locale tipico portoghese “Viva Panaji”, una piccola casetta dove servono piatti a base di carne di maiale. Panaji è di sicuro la capitale più tranquilla e meno trafficata dell’India.
Sorge e si sviluppa vicino alla foce del Mandovi River, un fiume così ampio che in alcuni punti somiglia più a un lago. È percorso da eleganti battelli con ruote a pale e casinò galleggianti che mi ricordano i vecchi film western.
Una chiesa in calce viva domina il centro della città, contornata da un labirinto di stradine e viuzze con case gialle e porte viola.
Maestosi edifici coloniali si stagliano accanto a boutiques artistiche, vecchie librerie e bar di quartiere. Alla sera tutta la città è illuminata da una miriade di insegne, come a voler imitare una blasonata Lisbona, almeno di notte.
Trovo da dormire presso la Posada Guest House, economica ed elegante all’interno di un palazzo di un bel giallo acceso nel quartiere storico.
Riparto di buon mattino in direzione Arambol carico di grandi aspettative per l’atmosfera alternativa che l’ha resa famosa.
Appena arrivato vengo accolto da scogliere scoscese e da un’ampia spiaggia.
Il turismo è incentrato su Ebrei, Russi e Nord Europei. Subito mi rendo conto che è un luogo per fare serata in gruppo, finendo per svenire da qualche parte storditi da droghe chimiche, fumo o peggio ancora.
C’è musica ovunque, martellante e stressante.


Non mi sento a mio agio e nonostante la bella spiaggia, sento l’esigenza di allontanarmi da questo posto. Non mi fermo neanche a mangiare e mi sposto a Madrem, città che da subito mi si presenta come il rifugio perfetto per chi cerca di fuggire dalla confusione di Arambol.
Mi fermo al Dunes Holiday Village dove un viale che attraversa graziosi capanni disseminati tra le palme, conduce alla spiaggia.
All’interno c’è un ristorante molto carino dove mi gusto un’abbondante cena a base di pesce fresco. La mattina mi sveglio riposato, mi gusto le spiagge in compagnia di qualche pescatore e in tutto relax, inizio a studiarmi l’itinerario di Mumbai. Mangio un po’ di frutta e riparto verso Sud poco prima di pranzo. Ho intenzione di fare la strada costiera e arrivare a Colva Beach in tempo per godermi un po’ di spiaggia.
Copro i 70 km che mi separano dalla mia meta in poco più di 4 ore. La strada è impegnativa ma arrivo al tramonto e ho ancora il tempo per farmi un bagno.
La spiaggia è ancora piena di turisti, sembra quasi di trovarsi a Rimini in piena stagione.
Troppo caos e troppi turisti per i miei gusti, così mi faccio un bagno e riparto per tornare a Patnem.
Mi godo Patnem Beach per un paio di giorni poi, per concludere questa parte del viaggio devo separarmi dalla mia Royal Enfield Classic.
Mi dispiace un po’ separarmi dalla mia compagna di viaggio che, almeno in questa occasione non mi ha dato nessun problema.
Una volta consegnata la moto, mentre cammino verso l’aeroporto Dabolim, rifletto su cosa mi ha lasciato questa parte del mio viaggio.
Se da un lato ho apprezzato l’ordine e la disciplina, dall’altro mi sono sentito in un angolo di Occidente, senza “respirare” la vera India.
Mi è mancata la vera cultura indiana che, se non per qualche abito e poco altro, non ho percepito. Cerco di fare una breve classifica mentale dei posti che ho visitato e non ho dubbi, la parte più bella del Goa sono le spiagge di Anaconda, Cola Beach e Cabo de Rama, il resto è tanto, troppo Portogallo.
Mentre attendo l’imbarco, sorseggio un’ottima spremuta di melograno e penso al viaggio che mi aspetta a Mumbai.
Ho solo un numero di un ipotetico dealer, fonte avuta da un motociclista conosciuto a Gokarna. Arrivato a Mumbai cerco subito un taxi e mi capita un tipo decisamente fuori di testa.
Si perde, telefona ad un amico per sapere dove andare e vaga senza meta per quasi due ore.


Ci troviamo in ingorghi senza uscita con tuk tuk, scooter, bici e gente a piedi ovunque. Un delirio!


Al Confronto Trivandrum e Bangalore sono due paesini di campagna! Quando comincio a pensare che non sarei mai arrivato a destinazione, l’autista arriva a destinazione.
In realtà Wasim non è un noleggio moto ma un privato che mi presta la moto. Mi spiega che se mi dovesse fermare la polizia, devo dire che la motocicletta è di un mio amico e che è in prestito solo per fare un giro. Ok perfetto, quindi non la pago, penso. No invece la pago, e vuole i soldi subito! Insomma, dopo un po’ capisco che è un noleggio mascherato da prestito.
Ok, bentornato in India e sotto il sedere ho finalmente una Royal Enfield Bullet per solcare le strade di Mumbai.
Cosa mi aspetta ora?
Oltre 22 milioni di persone su una superficie di 444 kmq, non so se rendo l’idea. Un formicaio!
Prima di approciami a questa parte del viaggio avevo letto che Mumbai è una città con un suo ritmo che non si percepisce subito.
“Prima che ve ne rendiate conto, Mumbai potrebbe accogliervi a braccia aperte”.
Io questo ritmo l’ho già abbondantemente percepito ma più che abbracciarmi, sembra prendermi a sberle.
Credo comunque di potercela fare!


Una volta in sella decido di andare subito verso Sud. Ho come primo obiettivo quello di vedere il Janjira Fort, a Murud, l’unico forte indiano mai espugnato né dagli inglesi né dai portoghesi. Impiego più di quattro ore per uscire dalla città e altre quattro per coprire i 150 km che mi separano da Murud.
La strada è distrutta, una specie di sterrato con ghiaia. Appena arrivato mangio in zona porto e vado a cercare un posto per la notte.
Con mia grande soddisfazione scopro che qui, il turismo occidentale è praticamente inesistente. Le persone vedendomi, sono curiose, vogliono conoscermi e parlare con me.
Mi rendo conto che in molti casi, non hanno mai visto un turista.
Il mattino dopo mi imbarco per arrivare al forte. È situato su un’isola circolare al largo della costa del mar Arabico. 19 bastioni su tre livelli e all’ingresso mi accolgono i tre cannoni più grandi che io abbia mai visto.
È un affascinante salto indietro nel tempo che mi lascia senza fiato, soprattutto se si pensa che questo forte ha resistito agli attacchi di due superpotenze per oltre trecento anni!
Tornato da questa simpatica gita, riparto per tornare a Mumbai percorrendo un’emozionante strada sotto costa fino al Mandawa Ferry Terminal. Colaba è un vivace quartiere che pullula di bancarelle gastronomiche, mercati, bar e strutture economiche.
Prima di arrivarci, il traghetto passa davanti al Gateway of India, l’arco di trionfo coloniale in basalto che domina sulla Mumbai Harbor.
Un monumento colossale in stile islamico, famoso perché l’ultimo esercito britannico se ne andò passando sotto di esso, rendendo finalmente libera l’India dalle colonizzazioni. Addentrandosi nella città si apre un labirinto di edifici in stile gotico, vittoriano e indo-saraceno, eredità dell’era coloniale britannica e segno indelebile di secoli di invasioni europee.
Credo che l’avventura più pericolosa di tutto il mio viaggio sia iniziata l’ultimo giorno, quando la mia curiosità mi ha spinto ad addentrarmi nella baraccopoli più grande dell’asia, Dharavi.
Arrivo solo in periferia quando mi ritrovo invischiato in una folla di gente inimmaginabile. Mi sembra quasi di essere piombato con la moto a San Siro durante un concerto di Vasco Rossi. Prendo una strada ricoperta da un mosaico di motorini parcheggiati a lisca di pesce e fatico a schivare le persone.
Più mi addentro in questa viabilità costipata più la strada si stringe e la gente aumenta.
Rischio davvero di investire qualcuno, sono terrorizzato.


Procedo aiutandomi coi piedi per stare in equilibrio.
Ad alcuni tocco le gambe con le gomme ma nessuno fa una piega, tutto sembra normale. Avvio la actioncam sul casco e in uno slargo, mi illudo di poter inserire la seconda marcia. Neanche arrivo a farlo che mi attraversa la strada un’orda di topi grandi come cani che migrano da un mucchio di immondizia ad un altro.
Tutto questo nell’indifferenza più totale dei passanti. Ad un certo punto mi sento afferrare il braccio. Non capisco il motivo, sono ragazzi che ridono, forse giocano o forse no.
Non mi faccio tante domande, apro il gas e scappo via. Cerco uno stradello abbastanza largo da permettermi di girare la moto e uscire da quest’incubo.
Nonostante tutto credo di aver solo sfiorato la periferia di questa baraccopoli, ma mi basta e avanza. Quando la strada tende ad allargarsi e l’immondizia a crescere, mi sento quasi fuori pericolo. Direi che può bastare, sono giunto alla fine del mio viaggio. Riconsegno la Royal e inizia un interminabile trasferimento verso l’aeroporto in taxi.
Mumbai è un covo di sognatori e di lavoratori instancabili, ma anche di malviventi, cani, gatti randagi, uccelli esotici e topi.
Qui puoi trovare umanità di ogni genere, dall’artista, al pescatore al milionario e scenari vari come la baraccopoli più grande dell’Asia e allo stesso tempo la dimora più lussuosa del mondo.
Nonostante passato e futuro camminino fianco a fianco, Mumbai rimane la locomotiva finanziaria del paese, il centro della moda indiano e delle varie religioni, con i conflitti che ne derivano.
Mumbai ha una lingua propria, il Bambaiyya Hindi, un vero mix di tutte le lingue dell’india. È grande, caotica, affascinante e complessa. Mumbai brulica di una vibrante vita notturna che mi ha affascinato e rubato il cuore.

Foto e testi di Ricky CIani

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